Il Karate trae ispirazione da alcune tecniche di combattimento sviluppatesi prima in India e poi in Cina, che unite alla cultura Giapponese ed in particolare alla filosofia del Budo diedero origine a questa nuova e originale arte marziale. Quindi non è il prodotto di una singola cultura ma è una tecnica profondamente legata alla storia dell'uomo che trovò ad Okinawa in un luogo dove condizioni molto favorevoli e particolari hanno permesso a quanto già elaborato altrove, di far nascere un'arte originale: il Karate.
Il nome originario del karate è 'TODE' e significa 'Mano Cinese', dal nome del primo Maestro autoctono di Okinawa Tode Sakugawa (1733-1815) che nell'isola studiò, praticò, e insegnò per tutta la vita delle antiche forme di combattimento di origine Cinese acquisite dai maestri Takahara Peichin e Kwan Shang-fu.
Ispirandosi da un lato al BUDO, la 'via del combattimento' praticata dai nobili Samurai giapponesi (che prevedeva anche l'uso di armi) e dall'altro alle arti contadine di origine cinese ( il Kempo ) importate durante il periodo di sudditanza verso la Cina , il Tode divenne nel corso dei secoli uno strumento di lotta indispensabile per la popolazione dell'isola che, priva di armi anche a causa della mancanza nel sottosuolo di materie prime, dovette difendersi prima dai pirati giapponesi Wako e, dopo l'invasione del 1600, dai Samurai Satsuma, sotto il cui dominio fu praticato clandestinamente. Prima di allora infatti gli esperti dei vari stili di combattimento duellavano tra loro per acquisire fama e supremazia nel proprio territorio, ma i giapponesi proibirono anche i duelli a mani nude che tuttavia continuarono a essere praticati segretamente e in luoghi isolati. Nel corso dell'800, quando nell'arcipelago rigidamente controllato dai samurai Satsuma regnava una pace forzosa, il Tode venne inserito anche nei programmi di studio delle scuole e si sviluppò in varie forme e stili a seconda delle scuole che lo proponevano; quella più popolare fu fondata da Sokon Matsumura, considerato un leader indiscusso e il primo capo-scuola storico del moderno Karate. Fu allievo del vecchio Sakugawa, nonché maestro di Anko Itosu e Anko Azato. Fu proprio quest'ultimo, alla fine dell'800, con l'abolizione della classe dei samurai e la conseguente cancellazione del divieto di pratica, a introdurre l'arte segreta di Okinawa nelle scuole giapponesi dove fu supportato dall'allievo più celebre: Gichin Funacoshi (fondatore dello stile Shotokan). Ed è proprio con Funakoshi e ancora di più con il figlio Yoshitaka che l'evoluzione del karate tradizionale si avvia verso il suo completamento, raggiunto poi intorno al 1930. Infatti, agli inizi del secolo, dopo un'esibizione dello stesso Funakoshi a Tokyo davanti all'Imperatore, il Tode fu addirittura ammesso nel nuovo corpo di discipline del Budo con il nome 'KARATE'. Negli anni '50 viene fondata la JKA (Japan Karate Association) che segna l'inizio dell'era moderna del karate tradizionale; i migliori rappresentanti della vecchia scuola, guidati da Masatoshi Nakayama vengono inviati per diffondere il karate tradizionale in tutto il mondo: Kase in Francia, Nishiyama in USA, Enoeda in Inghilterra e Shirai in Italia.

Gichin Funakoshi


Yoshitaka Funakoshi


Masatoshi Nakayama

Il Significato di Karate

Nella lingua giapponese, ideogrammi differenti possono avere esattamente la stessa pronuncia, mentre un singolo ideogramma può avere pronunce differenti. II termine karate ne è un eccellente esempio: TE significa mano, ma ci sono due ideogrammi completamente differenti che si pronunciano entrambi KARA; uno significa VUOTO, l'altro è il carattere cinese che si riferisce alla dinastia T'ang e può essere tradotto CINESE.

La paternità cinese del Tode era evidente; il nome stesso lo stava ad indicare. I giapponesi non potevano però permettere, in un periodo di continue tensioni e scontri con la Cina, come quello degli anni trenta, che un prodotto cinese fosse utilizzato come incomparabile disciplina di combattimento. Per questo motivo ed anche perchè il Tode aveva acquisito caratteristiche molto diverse da quelle dell'antica arte del pugilato cinese, nel 1931 il maestro Funakoshi ne trasformò il nome in KARATE; facendo uso del carattere VUOTO piuttosto che del carattere CINESE.

Il termine KARA ha un doppio significato:

  • VUOTO, riferito alle mani, cioè disarmate
  • VUOTO, riferito allo stato mentale del praticante che deve 'svuotarsi' da ogni vanità e da tutti i desideri terreni

 

Negli scritti buddisti si trovano affermazioni come:

SHIKI-SOKU-ZEKU e KOSOKU-ZESHIKI

che significano, 'la materia è vuota' e 'tutto è vacuità'.

Il carattere KU che compare in entrambe le ammonizioni e che può essere pronunciato KARA veniva così interpretato da Funakoshi:

Come la superficie lucida di uno specchio riflette tutto ciò che le sta davanti
e una valle silenziosa riporta ogni più piccolo suono,
così chi si accinge a praticare il karate
deve rendere il proprio spirito vuoto da ogni egoismo e malvagità
in uno sforzo per reagire convenientemente dinnanzi a tutto ciò che può incontrare

G. Funakoshi


Keinosuke Enoeda

Presentazione al 'Manuale di Karate'

Nonostante la grande diffusione che ha fatto registrare in questi ultimi anni il Karate non è stato ancora pienamente compreso né valutato per quella straordinaria potenzialità formativa, sul piano spirituale, che racchiude nei fondamenti ideologici sui quali si basa.

L'opinione corrente continua a ritenere il karate un'attività violenta e prevaricatrice giustificando la sua diffusione come una logica conseguenza di un'epoca sempre più povera di valori spirituali e sempre più dominata dalla sopraffazione.

È soprattutto per queste scoraggianti constatazioni di fondo che desidero far precedere le disquisizioni tecniche contenute nel mio manuale di insegnamento da qualche pensiero di origine morale nell'intento di far comprendere quale debba essere il substrato ideologico con cui affrontare il karate-do, la 'via del karate' , per farle acquisire un valore più alto di quello unicamente ginnico-sportivo e conseguire, attraverso di essa, un miglioramento di se stessi altrimenti non raggiungibile.

II punto di partenza deve essere la considerazione che, per quanto avanzato sia il grado di civiltà, tutti gli uomini sono largamente imperfetti e per valutare quanto grande sia il margine di perfettibilità consentita all'uomo basta pensare ai progressi compiuti, nel corso dei secoli, dall'umanità nel miglioramento della propria condizione.

Ognuno di noi, pertanto, dovrebbe avere piena coscienza di questa sua incessante possibilità di divenire migliore mediante la ricerca di una perfettibilità che può essere continuo motivo di tormento e di soddisfazione nel medesimo tempo: tormento per ciò che non si è e soddisfazione per ciò che si è riusciti ad essere.

Tutta la nostra esistenza deve, quindi, essere animata da una costante aspirazione a raggiungere un punto di perfezione più alto senza, tuttavia, finalizzare questo sforzo al conseguimento di un risultato massimo immediato quanto piuttosto individuando una gradualità di momenti in ognuno dei quali si verifichi non solo la propria condizione ma anche e soprattutto, le cause della propria imperfezione.

La comprensione dello sforzo verso un livello esistenziale sempre più alto è di per se stessa una forma di equilibrio ed una garanzia di forza, di sicurezza, di grande beneficio per il corpo e per lo spirito.

Tutto questo avrà un sapore ideologicamente diverso se gli sforzi compiuti ed i risultati raggiunti non saranno considerati nei limiti ristretti del proprio ambito personale ma utilizzati quotidianamente per dare un'indicazione agli altri circa la coscienza che la propria dimensione spirituale, per quanto limitata, possa dilatarsi sul piano sociale nella misura in cui cerca nel prossimo un punto di riferimento nel quale realizzarsi.

È osservazione corrente, rilevare come, ai giorni nostri, vi sia una larghissima parte di uomini che affermano di aver compiuto atti, ricerche o esperienze ad essi nella realtà del tutto sconosciuti. Si comportano così perché, impressionando con le parole nascondono la loro sostanziale povertà spirituale di cui potremmo anche dolerci se non dovessimo constatare che la generalizzata mancanza di senso critico, la scarsa volontà di approfondire le apparenze ed un crescente disimpegno culturale consentono loro di affermarsi progressivamente raggiungendo risultati che assolutamente non meritano.

È a questo tipo di uomo che dobbiamo cercare di contrapporre una personalità che, pur cosciente dei propri limiti e pur pienamente convinta di non poter attingere la perfezione, sì sforza ogni giorno di correggere i propri errori con pazienza e con umiltà.

Questo tipo di uomo deve costruire il nostro modello comportamentale e non solo per una forma di nostro personale arricchimento ma per dare un contributo concreto a modificare dal di dentro una società che sembra privilegiare sempre di più chi non merita. È necessario, in altri termini, essere uomini che sappiano dimostrare con i fatti le proprie capacità mettendo a frutto gli sforzi compiuti per acquisire conoscenze utili a se stessi ed agli altri.

Importante, ed addirittura, pregiudiziale, è avere la convinzione che la ricerca della perfezione, nella coscienza della propria perfettibilità, è possibile solamente quando il proprio livello culturale, inteso nel senso spirituale e non certo nozionistico del termine, è mantenuto alto.

Mantenere alto il proprio livello significa, soprattutto, ripercorrere continuamente il cammino intrapreso rivivendo sempre i vari momenti, i diversi gradi, le necessarie esperienze progressivamente vissute.
La ricerca di un vertice sempre più alto non farà diminuire, in questo modo, l'estensione della base di quella piramide con cui si può configurare la vita e la solidità della base è premessa di analoga forza della sommità: un punto estremo di cui si conosce l'esistenza ma che non si sa quanto in alto possa essere.

Sono queste le fondamenta ideologiche con cui affronto l'allenamento pienamente convinto, come sono, che esso rappresenti la visualizzazione di concetti interiori dai quali tutte le tecniche traggono un valore infinitamente più alto.

Io spero che chi seguirà il mio manuale non perda mai di vista questa introduzione: in caso contrario farà solo dell'ottima ginnastica.

M° Hiroshi Shirai

Hiroshi Shirai

Differenze tra Karate tradizionale e Karate moderno

Dopo la II guerra mondiale, il karate ha avuto nel mondo una enorme espansione, ma questa espansione e la società odierna, dell'usa e getta, hanno prodotto una babele di stili, di interpretazioni e di 'cosiddette verità' o 'modernità' tale che i Maestri, veri depositari dell'arte, non erano più in grado di distinguere in mezzo a tutti questi 'karate' la propria arte.

Se una volta vi era il KARATE perché parlare di KARATE TRADIZIONALE?

Il Maestro H.Nishiyama e con lui il Maestro H.Shirai sono stati costretti a ridefinire il Karate ITKF, che avevano appreso dai loro maestri e che continuano a diffondere e praticare, con nome di: Karate Tradizionale.
Perché? Perché il nome di Karate era inflazionato, da un insieme di karate: karate moderno, karate sportivo, karate full contact, light contact e ingegnose varianti, tanto che in questo mélange di tecniche ed espressioni corporee in libertà che pretendevano di chiamarsi karate, non riuscivano più a riconoscere il karate trasmesso dal Maestro G. Funakoshi e dai grandi maestri del passato.
Dunque come fare a ricollegarsi teoricamente e concretamente alla tradizione viste le difficoltà sopra esposte? Sappiamo che col termine tradizione si definisce l'atto di trasmettere qualcosa da persona a persona e che in essa è determinante il compito di conservare più fedelmente possibile ciò che è stato trasmesso, con l'impegno eventualmente di migliorarlo e di migliorarsi.
Quindi la soluzione era semplice, bastava attenersi ai principi che definiscono l'arte marziale, e far sì che in questi principi fossero rigorosamente rispettati anche nelle manifestazioni agonistiche. Su scala mondiale due sono le organizzazioni che disciplinano i karate: ITKF (International Traditional Karate Federation, rappresentata in Italia dalla FIKTA) e la FMK/WKF (ex WUKO).
Da un lato l'ITKF si rifà e mantiene i principi etici, tecnici, filosofici e spirituali della tradizione e che costituiscono il fondamento della propria disciplina e tecnica che generazioni di Maestri a praticanti si sono trasmessi e tramandati fino ai giorni nostri. D'altro canto il 'karate moderno' come attualmente praticato dalla FMK/WKF (ex WUKO) è la diretta conseguenza della scelta tecnica avvenuta nel 1982. Infatti nel 1982 la WUKO si dotava di un regolamento di gara, tuttora in vigore, che modificando i principi su cui si fonda il karate tradizionale, lo trasforma in uno sport nel quale si fa essenzialmente uso di pugni e calci.
Il problema è anche stato sottoposto allo studio della Commissione Giuridica del Comitato Olimpico Internazionale: il C.I.O. che nella 101^ Sessione di Montecarlo, Settembre 1993, chiaramente stabiliva che il karate tradizionale è il karate diretto e disciplinato dall'ITKF.
Abbiamo quindi da un lato il karate tradizionale ITKF che è rigorosamente basato sul concetto di Todome e Finishing blow o 'tecnica definitiva': ovvero una singola tecnica, con l'uso del corpo, e senza uso di armi o attrezzi, deve essere in grado di distruggere la capacità offensiva dell'avversario; e dall'altro il 'karate moderno' FMK/WKF (ex WUKO), che, stando al proprio regolamento di gara, ammette azioni di calcio e pugno che non hanno requisiti del finishing blow. Le tecniche vengono descritte come 'azioni vigorose', e quindi non richiedono alcuna tecnica allenata in modo speciale. Come risultato, qualunque disciplina sportiva o arte di combattimento può partecipare a tali competizioni, perché non viene richiesta alcuna competenza tecnica specifica.

Differenze evidenti

Le azioni tecniche nel karate tradizionale vengono rigorosamente generate dal completo contatto della pianta del piede, col suolo. Attraverso l'uso di una forte e rapida azione delle anche si produce l'energia di base necessaria (external power) per creare il 'colpo definitivo' o 'finishing blow'.
L'energia così prodotta viene liberata grazie ad una serie di movimenti coordinati e connessi (tecnica) che creano la forza d'impatto necessaria e richiesta.
L'energia per esempio di una tecnica di pugno, in sostanza viene rilasciata, in primo luogo partendo dalla pianta del piede, completamente appoggiata a terra, poi incrementata dall'uso delle anche, poi dall'azione delle braccia, gomiti, polsi e pugno nel momento i cui raggiunge il bersaglio.
E' assolutamente necessario che in ogni fase del processo vi sia un continuo incremento di energia.
Al momento dell'impatto la pianta del piede deve mantenere il contatto con il suolo in modo che la contrazione totale della muscolatura del corpo permetta di liberare l'energia massimale sul bersaglio (l'azione qui descritta evita che il pugno rimbalzi nel memento del contatto, poiché altrimenti si avrebbe una dispersione di potenza).
Se non vengono rispettati i criteri grazie ai quali si genera la 'forza esterna' (external power), (connessione completa con il suolo), allora l'energia di base della tecnica non può venire incrementata e non raggiungerà il livello massimo del 'finishing blow'.
Per contro nel Karate moderno, molte tecniche vengono generate nella parte superiore del corpo, non è richiesto il contatto completo del piede col suolo, inoltre il pugno rimbalza velocemente indietro alla fine della sua corsa. Poi nel Karate moderno, ex Wuko, il colpo è ancora in movimento nell'impatto, mentre nel karate tradizionale il colpo si deve arrestare completamente al momento dell'impatto.
Un'altra sostanziale differenza sta nel fatto che nel Karate moderno ex Wuko non vengono definiti i requisiti tecnici al memento dell'impatto; per loro è in effetti sufficiente che la tecnica raggiunga il bersaglio nel più breve tempo possibile.
Questa concezione è completamente differente dai fondamenti tecnici stabiliti dall'ITKF.
Ne consegue quindi che se atleti di 'karate moderno' partecipassero a competizioni di 'Karate Tradizionale' con giudici e regolamento ITKF, gli atleti di Karate moderno forse riuscirebbero a raggiungere il bersaglio molte volte, ma senza vedersi assegnato alcun punto a causa dei diversi fondamenti tecnici.
D'altro canto se atleti di 'karate tradizionale' partecipassero ad una competizione di karate moderno si troverebbero ad avere un timing diverso ed un diverso criterio di assegnazione del punto, ecc.
Da quanto sopra si vede che il 'Karate Tradizionale' ITKF ed il 'Karate Moderno' FMK/WKF (ex WUKO) non solo si rifanno a fondamenti metodologici differenti, ma sono anche incompatibili dal punto di vista della competizione. Nell'ottica del rispetto del principio della Costituzione del C.I.O. (COMITATO OLIMPIONICO INTERNAZIONALE N.d.R.) che sancisce la libertà di ognuno di praticare la disciplina che preferisce ed il diritto allo sport è auspicabile che Karate Tradizionale e Karate Moderno procedano parallelamente fianco a fianco nel rispetto della reciproca libertà di espressione e completa autonomia tecnica.

M° Luciano Puricelli

 

 

 


Hidetaka Nishiyama

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Taiji Kase

 

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